ESCLUSIVA, Chianese: “L’Aquila? Vi dico come sono andate le cose. Serie D? C’è bisognia di una riflessione profonda. Servirebbe più meritocrazia e meno apparenza. Futuro? Questa la situazione”

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Chianese

Intervista esclusiva per PascalDesiato.com a Mauro Chianese esperto tecnico ex Chieti e Acireale tra le altre, negli ultimi mesi della  passata stagione a L’Aquila.

Mister facciamo un bilancio della passata stagione dove hai guidato L’Aquila negli ultimi mesi del campionato? “Quando sono arrivato a L’Aquila ho trovato una piazza straordinaria, una tifoseria che merita categorie importanti e una società composta da persone perbene con cui si è creato fin da subito un ottimo rapporto.
Dal punto di vista professionale credo di aver trovato una situazione che, per una serie di vicende maturate nel corso della stagione, aveva inevitabilmente perso alcune certezze. I cambiamenti tecnici, le modifiche dell’organico e diverse situazioni stratificatesi nel tempo avevano inciso sugli equilibri del gruppo. Il mio lavoro è stato innanzitutto quello di ridare compattezza, serenità e identità ad una squadra che aveva bisogno di ritrovare fiducia. Credo che questo sia stato fatto con serietà, competenza e grande dedizione quotidiana da parte mia e dei ragazzi.
Nel calcio spesso si giudica tutto esclusivamente da un risultato finale, ma chi vive realmente il campo sa che esistono percorsi e situazioni che vanno analizzati più in profondità. Sono orgoglioso del lavoro svolto perché abbiamo mantenuto saldo l’ambiente, ricostruito determinati equilibri e posto basi importanti in un momento che non era semplice. Oggi più che mai viviamo in un calcio dove spesso conta la percezione più della sostanza. Io continuo a credere che il valore di un allenatore si misuri anche dalla capacità di gestire le difficoltà, non soltanto quando tutto funziona alla perfezione. Le vittorie sono importanti, ma la credibilità, la coerenza e il lavoro quotidiano restano nel tempo.
Per questo porto con me un ricordo estremamente positivo di L’Aquila, delle persone conosciute e dei rapporti umani costruiti. E quelli, al di là di qualsiasi risultato, rappresentano il patrimonio più grande”.

Che torneo è stato? “È stato un campionato difficile e molto equilibrato. Negli ultimi anni la Serie D è diventata una categoria nella quale non basta avere il nome o il blasone per vincere. Servono organizzazione, continuità e soprattutto identità.
Ho visto squadre ben allenate e società che hanno costruito nel tempo. In un campionato così lungo, i dettagli fanno la differenza. E quando si arriva nelle fasi decisive, spesso non vince chi spende di più ma chi riesce a restare lucido nei momenti complicati. Credo sia stato un torneo che ha confermato una cosa: nel calcio le scorciatoie non esistono”.

Come si sta evolvendo il calcio in questi ultimi anni? “Il calcio sta cambiando tantissimo. Oggi si parla di dati, algoritmi, statistiche, intelligenza artificiale, monitoraggi continui. Tutto utile e tutto importante. Sarebbe sbagliato non adeguarsi all’evoluzione.
Però vedo anche il rischio di dimenticare che il calcio resta uno sport di uomini. A volte si analizza tutto tranne ciò che conta davvero: personalità, coraggio, leadership, capacità di stare sotto pressione allenamento invisibile.
Ho l’impressione che qualcuno confonda gli strumenti con le competenze. I dati aiutano a prendere decisioni, ma non sostituiscono l’occhio, l’esperienza e la sensibilità di chi vive il campo ogni giorno.
Il calcio moderno deve evolversi senza perdere la propria anima”.

Sappiamo che ha già avuto richieste. Cosa ci può dire a riguardo? “Qualche contatto c’è stato e fa piacere perché significa che il lavoro svolto viene apprezzato. Però non sono mai stato uno che corre dietro alle panchine.
In questo momento preferisco aspettare la situazione giusta piuttosto che scegliere in fretta. Cerco un progetto serio, fatto di persone serie, con idee chiare e una visione condivisa.
A volte nel calcio si fanno tante promesse prima di firmare e poi ci si dimentica velocemente delle parole date. Io credo ancora che una stretta di mano e la coerenza abbiano un valore.
Quando arriverà il progetto che rispecchia questi principi, sarò pronto a ripartire”.

Parlando più nello specifico della Serie D, vede una crescita in questo campionato o una involuzione? Cosa si dovrebbe cambiare? “La Serie D continua a essere una categoria straordinaria per passione, tradizione e numero di piazze coinvolte. Però credo che ci sia bisogno di una riflessione profonda.
Spesso si vive troppo nel breve periodo. Si cambiano programmi, allenatori e strategie con una velocità che rende difficile costruire qualcosa di solido.
Il calcio italiano dovrebbe imparare a dare più valore alla programmazione e alle competenze. Non sempre chi urla di più o si vende meglio è il più preparato.
Servirebbe più meritocrazia e meno apparenza. Perché alla lunga il lavoro paga sempre, mentre l’improvvisazione prima o poi presenta il conto”.

Qual è il progetto che cerca mister Chianese? “Cerco un progetto dove le persone vengano prima delle parole. Un ambiente nel quale ci siano rispetto dei ruoli, chiarezza e voglia di costruire.
Non mi interessa trovare una panchina qualsiasi. Mi interessa trovare un luogo dove poter lavorare ogni giorno con passione, competenza e condivisione degli obiettivi.
Sono convinto che i risultati siano una conseguenza. Prima vengono la cultura del lavoro, il senso di appartenenza e la capacità di affrontare insieme le difficoltà.
Cerco uomini veri prima ancora che dirigenti, collaboratori o calciatori. Perché le stagioni vincenti nascono sempre da lì”.

Si sente di ringraziare qualcuno? “Assolutamente sì.
Ringrazio la città dell’Aquila, i tifosi, la società, e tutti i ragazzi che ho avuto il piacere di allenare. Ho conosciuto persone che porterò con me anche fuori dal calcio.
Un ringraziamento particolare va a chi lavora lontano dai riflettori. Magazzinieri, collaboratori, dipendenti e tutte quelle figure che spesso non finiscono sui giornali ma che sono fondamentali nella vita quotidiana di una squadra.
Infine ringrazio tutte le persone che in questi mesi mi hanno dimostrato affetto e stima. Nel calcio si possono vincere o perdere partite, ma il rispetto delle persone è il trofeo più importante.
Le panchine passano, i risultati passano, ma i rapporti umani restano. E quelli nessuno potrà mai toglierli”. CONTINUA A LEGGERE

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