ESCLUSIVA – Roberto Breda si racconta: dagli esordi a Messina alle piazze storiche del nostro calcio. «Tra campo e panchina una sola regola: prima dell’allenatore viene sempre l’uomo»
L’ex capitano granata ed esperto allenatore ripercorre la sua strada e analizza l’attualità del pallone italiano tra B, C e impegno sociale: «Dalla mia svolta al ‘Celeste’ fino al campo con i ragazzi palestinesi a Reggio Calabria, il calcio mi ha insegnato che oltre la tattica conta sempre l’impatto umano. Quando subentri in corsa la vera sfida è decifrare subito il gruppo e trasformare i singoli in una squadra vera
Una carriera lunga, solida e ricca di piazze di primissimo piano del nostro calcio. Da calciatore Roberto Breda ha vissuto tappe fondamentali vestendo, tra le altre, le maglie di Sampdoria, Genoa, Catania e Messina, prima di diventare una vera e propria icona della Salernitana, di cui è stato storico capitano superando il traguardo delle 200 presenze.
Una leadership naturale che ha poi trasferito in panchina: il suo percorso da allenatore è iniziato nella Primavera della Reggina, fino ad approdare al timone della prima squadra amaranto, per poi guidare club dal grande blasone come Perugia, Livorno, Pescara, Ternana, Padova e la stessa Salernitana.
Figura esperta ed equilibrata, Breda regala una fotografia vivida del momento che sta vivendo, partendo da un’esperienza estiva carica di valore umano per poi addentrarsi nelle dinamiche del calcio professionistico italiano.
Il punto di partenza è un’estate diversa dal solito, vissuta sul campo di Reggio Calabria per guidare un gruppo di giovani calciatori palestinesi di Sebastia nell’ambito del progetto “Giovani senza confini“, promosso dall’associazione Attendiamoci. Un momento di sport e condivisione che per l’allenatore ha confermato la potenza comunicativa del pallone: «Il calcio possiede già un linguaggio comune intrinseco, capace di creare connessioni immediate e abbattere ogni distanza. Nel caso dell’esperienza a Reggio Calabria con Attendiamoci, la passione autentica e la voglia di apprendere dei ragazzi sono state il vero veicolo di comunicazione. Sul campo non abbiamo trasmesso soltanto concetti tecnici o tattici: si è creata una sintonia profonda fatta di emozioni condivise ed esperienze umane che vanno ben oltre il rettangolo di gioco.»
Dall’impegno sociale allo sguardo sul campo professionistico il passo è breve. Da attento osservatore della Serie B, Breda analizza l’inizio di stagione ed evita giudizi affrettati sulle griglie di partenza, sottolineando come la costruzione di una squadra richieda tempo anche per le corazzate con maggiori ambizioni: «È ancora presto per definire con certezza le gerarchie di vertice. Il Palermo ha ottenuto ottimi risultati e ha valori importanti, ma è fisiologico che debba ancora perfezionare certi meccanismi, discorso che vale per tutte le rose importanti, comprese le retrocesse dalla Serie A. Se guardo all’identità e all’idea di gioco espressa finora, apprezzo molto il Mantova e l’Ascoli: mostrano entrambe un’impronta tattica marcata, grande personalità e la capacità di interpretare i novanta minuti già da squadre vere e mature.»
Impossibile poi non toccare il capitolo Salernitana, una piazza a cui Breda è legato a doppio filo per i suoi trascorsi in campo e in panchina. Nel commentare l’attuale momento dei granata e le insidie della Serie C, il tecnico evidenzia le difficoltà strutturali della terza serie: «Purtroppo a Salerno negli ultimi anni non si è riusciti a dare continuità ai risultati sportivi, ed è un grande rammarico perché parliamo di una piazza dal potenziale enorme. La Serie C ha un coefficiente di difficoltà altissimo: la formula non concede margini di errore, impone una continuità quasi perfetta lungo tutto l’arco dell’anno e basta un mese sottotono per compromettere un’intera stagione. Il Girone C, poi, è storicamente spietato e non ti consente di dare nulla per scontato. L’auspicio è che la Salernitana ritrovi la giusta compattezza per tornare nel minor tempo possibile nelle categorie che le competono per storia e passione.»
I ricordi di carriera richiamano inevitabilmente anche gli anni della gioventù in Sicilia, con la maglia del Messina nei primi anni Novanta, un biennio fondamentale per la sua maturazione sia calcistica che personale tra le mura dello storico stadio “Giovanni Celeste“: «Quella di Messina è stata un’esperienza fantastica, il mio vero battesimo tra i grandi. Venivo dalla rosa della Sampdoria dove avevo trovato pochissimo spazio; al ‘Celeste’ invece ho avuto per la prima volta la possibilità di esprimermi con continuità e ho capito di poter fare davvero questo mestiere ad alti livelli. È stato un periodo determinante sotto ogni aspetto: sul piano sportivo sono arrivate anche le chiamate con l’Under 21, ma soprattutto sul piano umano ho costruito legami duraturi e vissuto appieno una terra straordinaria come la Sicilia. Ne conservo un ricordo intriso di felicità e orgoglio.»
In chiusura, Roberto Breda delinea la propria filosofia di lavoro e la visione dell’allenatore moderno di fronte a una nuova chiamata, evidenziando come la capacità di adattamento debba sempre prevalere sui dogmi tattici rigidamente impostati: «L’elemento centrale resta sempre il materiale umano e tecnico: le caratteristiche dei calciatori a disposizione. Soprattutto quando si subentra a stagione in corso e non c’è la possibilità di intervenire sul mercato, la priorità assoluta è decifrare in fretta le qualità della rosa e capire come metterla nelle condizioni di rendere al massimo. Spesso, nelle situazioni di crisi, ti trovi di fronte a un potenziale inespresso o utilizzato male: la sfida più stimolante per un allenatore è proprio quella, riuscire nel minor tempo possibile a trasformare un gruppo di singoli in una vera squadra.»CONTINUA A LEGGERE

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