ESCLUSIVA, A tu per tu con Marco Cattaneo: dal movimento azzurro alle piazze del Mezzogiorno, la ricetta per il rilancio del nostro calcio
Lo abbiamo rintracciato telefonicamente tra i suoi tanti impegni di questo periodo e, con grande disponibilità e cordialità, ha accettato di concederci questa ricca e piacevole chiacchierata sui temi caldi del nostro pallone.
Giornalista, conduttore e autore di successo, Marco Cattaneo rappresenta una delle voci più autorevoli e apprezzate del panorama sportivo italiano.
Volto simbolo della UEFA Champions League su Amazon Prime Video e conduttore radiofonico, negli anni ha saputo affiancare ai grandi salotti televisivi un’intensa attività editoriale tra podcast e libri per ragazzi.
Lo scorso 1 Dicembre è stato protagonista a Messina per condurre la serata evento dei 125 anni del calcio giallorosso sullo sfondo dello stadio “Franco Scoglio”, riabbracciando la piazza insieme a ex giallorossi come Arturo Di Napoli, Alessandro Parisi, e leggende del calibro di Dida, Alessandro Nesta, Fabio Cannavaro e tanti altri protagonisti del grande pallone.
Analizzando il momento delicato del calcio italiano, il conduttore non nasconde la propria delusione per la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali 2026, soffermandosi sugli errori di prospettiva del nostro movimento:
«C’è molta amarezza per l’ennesimo Mondiale saltato, ma ciò che sconcerta di più è constatare come ci si ritrovi a dire le stesse cose a distanza di anni, come in un eterno loop. Se Kean avesse segnato quel gol nel finale, forse saremmo andati ai Mondiali, ma avremmo soltanto nascosto la polvere sotto il tappeto. Il calcio italiano è il riflesso del nostro Paese: si vive e si programma sempre sull’emergenza, pensando a cosa fare tra due anni per l’Europeo invece di strutturare riforme vere i cui frutti si vedranno solo tra dieci anni.»
Un corto circuito che si è manifestato chiaramente anche nelle turbolenze politiche attorno ai quadri federali e alla panchina azzurra:
«A un certo punto si era vista una luce con l’ingresso di figure come Paolo Maldini e Leonardo e la scelta di Andrea Pirlo in panchina: ero davvero molto entusiasta e fiducioso. Poi su Pirlo è stata fatta una cosa decisamente antipatica, usando tutta la parte extracalcistica soltanto come un pretesto per non averlo più come CT. Sono state dinamiche da Prima Repubblica, un vecchio modo di fare politica che ha finito per spegnere quell’entusiasmo iniziale che avevo, portando poi al ritorno di Roberto Mancini alla guida della Nazionale.»
In questo scenario complesso, una nota d’ottimismo arriva dall’impiego dei giovani in Serie A. Nonostante la percentuale di minuti concessa ai calciatori italiani sia ancora ridotta, spicca il coraggio di lanciare ragazzi nati dal 2006 in poi e profili come Raimondo del Frosinone, Cissé del Milan, Lontani del Parma, Romano del Cagliari, Cacciamani del Torino, Lulli della Roma ecc:
«Vedere così tanti ragazzi giovani trovare spazio in Serie A è un segnale importante. Credo che questo fenomeno nasca dall’incrocio tra due fattori: da un lato una maggiore maturità dell’ambiente, con tifosi e addetti ai lavori più disposti ad aspettare i giovani, dall’altro una stringente necessità economica. Quando ci sono meno soldi, sei costretto ad agire con l’ingegno e a valorizzare lo scouting. Il talento nei nostri vivai c’è sempre stato, il problema era la totale mancanza di coraggio nel lanciarli in prima squadra.»
La tappa a Messina per le celebrazioni dei 125 anni del club ha risvegliato nel conduttore ricordi personali legati ai suoi esordi e alle prime telecronache:
«Per me Messina ha un sapore speciale: tra le mie prime telecronache in Serie B c’erano proprio le partite del ‘Giovanni Celeste’. Ricordo un calore incredibile, una passione viscerale che sembrava quella della Bombonera, con giocatori come Arturo Di Napoli o il ‘Pampa‘ Sosa che trascinavano la piazza. Assistere oggi alla necessità di dover ripartire dall’Eccellenza è doloroso: a una città con questa storia e con questo pubblico starebbe stretta persino la Serie C.»
Il declino e la lontananza dai vertici di piazze storiche del Mezzogiorno rappresentano, secondo Cattaneo, una perdita per l’intero sistema calcistico nazionale:
«L’assenza di piazze come Messina, Palermo, Catania o Reggina dai vertici impoverisce tutto il calcio italiano. Oggi che la Serie A cerca di vendere il proprio prodotto all’estero, l’atmosfera degli stadi e il calore delle tifoserie sono fondamentali quanto la qualità del gioco. La passione del Sud deve tornare a essere un volano per progetti seri e sostenibili, capace di riattivare anche un serbatoio di talenti che per anni ha alimentato il nostro pallone. Bisogna avere pazienza: lavorando con la giusta programmazione, sono convinto che poi tutto si sistemerà.» CONTINUA A LEGGERE

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